La concorrenza sleale: la piaga delle imprese e dei consumatori

In ambiente economico il termine “concorrenza” viene utilizzato per designare: “la condizione in cui più imprese competono nello stesso mercato”; mentre il termine “concorrenza sleale” indica: “l’uso di tecniche, pratiche, comportamenti e mezzi illeciti, che consentono un vantaggio sugli altri competitori o servono ad arrecare un danno a questi ultimi”. La normativa europea che si occupa della concorrenza ha come fonti principali: 1. Il Trattato CECA(1/1/1952); 2. il Trattato CEE(1/1/1958); 3. l’art 10-bis della Convenzione d’Unione di Parigi(CUP) per la protezione della proprietà industriale; 4. il Titolo VII del TFUE rubricato “Norme comuni sulla concorrenza, sulla fiscalità sul ravvicinamento delle legislazioni” al cui interno contiene rilevanti articoli come l’art.101 che vieta le intese restrittive, l’art.102 vieta l’abuso di posizione dominante e l’art.107 disciplina gli aiuti agli Stati. Questa tematica invece nell’ordinamento italiano, viene disciplinata tramite gli artt. 2598 ss. contenuti nel Codice civile. In questi articoli vengono tipizzati alcuni atti di concorrenza sleale che corrispondono a quelli dell’art.10-bis: gli atti confusori, gli atti di discredito, l’appropriazione di pregi altrui e gli atti contrari ai principi di correttezza professionale. Il gioco della concorrenza può essere ristretto o del tutto falsato: viene ristretto quando vi sono delle limitazioni di natura qualitativa o quantitativa; mentre è falsato completamente, quando vi è l’eliminazione della concorrenza ad opera di terzi. Naturalmente operazioni come fissare i prezzi, fissare le condizioni di vendita, ripartire i mercati o manipolare le gare d’appalto hanno conseguenze negative sui concorrenti. Nella disciplina della concorrenza sleale l’imprenditore però può essere tanto soggetto attivo, ovvero essere l’autore, tanto il soggetto passivo subendo quindi le conseguenze. La concorrenza sleale si verifica essenzialmente quando le imprese hanno una clientela comune sotto il profilo merceologico oppure quello territoriale. I due punti cruciali del concetto di concorrenza sleale sono rappresentati dalle pratiche commercialmente scorrette e dai comportamenti anticoncorrenziali. Queste sono le due categorie di azioni, che alcuni soggetti praticano per perseguire i propri scopi, non curandosi di ledere, o facendolo premeditatamente, gli interessi degli altri competitori. Per avere  una definizione di pratiche commerciali scorrette è necessario riferirsi ad una normativa  ad hoc  sempre contenuta Codice del Consumo alla  Parte II, Titolo III,  rubricato “Pratiche commerciali, pubblicità e altre comunicazioni commerciali”, articoli 18-27quater. Le “pratiche commerciali scorrette” sono le azioni, omissioni, condotte, dichiarazioni o comunicazioni commerciali, poste in essere da un soggetto nella veste di “professionista” “in relazione alla promozione, vendita o fornitura di un prodotto ai consumatori”. Questa tipologia di pratiche, essendo il riflesso di un comportamento contrario alla diligenza professionale, viola il diritto di libera determinazione dei consumatori attraverso:1. le fattispecie confusorie disciplinate, dall’art. 2598, costituite dall’uso di nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con quelli usati da altri;  2. l’imitazione servile dei prodotti di un concorrente; 3. la denigrazione, art. 2598, n.2, cioè la diffusione di informazioni sui prodotti e sull’attività di un concorrente, con la quale si determina il discredito; 4. l’appropriazione di pregi altrui, dichiarando di aver ricevuto premi in realtà ottenuti da un altro concorrente, o di avere rapporti con una nota azienda, o agganciandosi alla fama di un’azienda affermata; 5. l’uso di mezzi non conformi ai principi di correttezza professionale,art.2598 n.3, come ad esempio lo “spionaggio industriale”.

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